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da "Vibrisse bollettino"
Il ritmo delle cose
recensione di Gaia Cenciarelli
Una sera, parlando con Paul Cahill – scrittore, insegnante, studioso e critico letterario irlandese, fondatore dell'Accademia Britannica a Perugia, vissuto in Italia fino alla sua prematura scomparsa – a proposito del bel Passion Play (primo romanzo di Cónal Creedon, tradotto da Fiorenzo Fantaccini per Le Lettere), mi sentii dire che gli intellettuali irlandesi erano stufi di essere considerati tutti figlioletti di Joyce. "Non serviam!", esclamò sorridendo, non senza una certa enfasi. All'epoca fui (in parte) d'accordo con lui – anche se il libro di Creedon era comunque debitore a Joyce di una particolare antropomorfizzazione di Dublino – ma adesso anche lui dovrebbe ammettere che all'incredibile romanzo di Sam O'Reilly quel non serviam non si addice.
Perché O'Reilly ha scritto un intenso, sconvolgente, complicatissimo libro, mutuando le atmosfere, il gusto per il linguaggio (compresi gli interrogativi posti dalle parole, segni arbitrari che – la linguistica insegna – non sono iconici ma convenzionali), le epifanie, i luoghi (fisici e dell'anima) dell'Ulisse, rielaborandoli però in maniera affatto personale. Il ritmo delle cose ha un'anima joyciana, che costituisce poi la sua "tensione all'eccellenza" – per usare le parole del curatore e traduttore, Flavio Santi. In una società che esalta il semplice, l'immediato, l'immagine, Il ritmo delle cose è un salmone. Nuota controcorrente e depone le sue uova di complessità. Non è un libro scivoloso, che "passa e va", che sfugge dalle mani come un'anguilla – per proseguire la metafora. È un romanzo che ti si attacca addosso, che fa pensare.
Questo tanto per cominciare.
E, per proseguire, l'incipit. "Chiamiamolo Boyle", eco del melvilliano "Chiamatemi Ismaele", uno degli incipit più belli della letteratura. Promette scintille e le mantiene.
Noel Boyle è un ex fiancheggiatore dell'Ira, ha scontato otto anni di carcere e dopo aver tentato di rifarsi una vita a Derry, si trasferisce a Dublino. O meglio, fugge. Da un'esistenza grigia e senza scopo. Si iscrive al Trinity College e si tuffa a capofitto nello studio della filosofia – disciplina che vive talvolta di (giochi di) parole. Ma non riesce a portare a termine una tesina, perché il linguaggio gli appare insensato, senza agganci nella realtà e nella verità e perché Boyle non ha mai imparato a vivere: primum vivere, deinde philosophari. All'università fa amicizia con una ragazza che ha soprannominato Colomba, mentre a Dublino conosce un osceno artista di strada, Fada, e rimane turbato alla vista della maschera di una donna straniera, senza nome (che dalla polizia verrà ribattezzata Catriona), affogata nel fiume Liffey. Una maschera – un calco in gesso – senza occhi, né orecchie, che all'indomani del ritrovamento del cadavere campeggerà su tutti i giornali di Dublino e perseguiterà Boyle dall'inizio al termine della storia. Boyle è una figura errante, tragica, in cerca delle parole giuste per ridare senso alla sua vita, intrappolata in una città paralizzata, asfittica – Dublino – e, di conseguenza, in una paralisi linguistica (tematica assai ricorrente, nella narrativa recente, quella dell'incomunicabilità, della "paura" di parlare) che gli impedisce di pensare, di agire e di mettere a fuoco le cose. Una paralisi linguistica che non può non rimandare a Gente di Dublino, e soprattutto, all'ultimo, magnifico racconto contenuto nella raccolta, "I morti".
"La sua vitalità aveva l'effetto di renderlo depresso, triste, muto. Per vincere la paralisi si sarebbe messo a ridere".
"Gli infiniti sentieri dentro di lui non portavano da nessuna parte, ancora una volta alla superficie della pelle, al tatto, ai desideri, agli occhi che vomitavano fuori tutto anziché vedere. Non poteva muoversi oltre se stesso. Era tornato a Dublino e non era successo niente. Stessi occhi, stessa insignificante lingua, ipocrita e solitaria. Volevo cambiare vita. Sospirò alle tenebre. Ma non era successo niente". La lingua è protagonista del libro, si sovrappone a Boyle, e diventa il personaggio, assumendone idiosincrasie e forma umana.
O'Reilly conduce Noel per mano, nel suo viaggio al termine della notte: ciascun incontro che farà sarà una tappa del suo destino. Fada, per esempio. Un vero fool, nella migliore tradizione shakespeariana. Ma anche colui che gioca con le parole, che a volte le priva di senso, che se ne veste, che ci vive, che incanta o spaventa la gente con le sue storie. Come un autentico storyteller irlandese che tiene in vita la tradizione orale dei racconti. Fada comparirà nella vita di Noel nei momenti più inaspettati, agli angoli delle strade, lo impietosirà, lo irriterà, lo perseguiterà. Fada ha il terrore dei cigni – dice di essere stato violentato da un cigno anni prima – e se ne va in giro a declamare poesie d'amore regalategli da una vecchia e che appartenevano al suo spasimante morto all'improvviso. Certe immagini così profondamente tristi, così visceralmente malinconiche e al contempo buffe, possono sembrare reali, ed essere verosimili, solo in Irlanda: la vecchia che gli consegna le poesie del suo innamorato; che racconta a Fada di come lui la corteggiava e di come poi è morto; le donne sull'autobus che scoppiano a piangere tutte insieme, rumorosamente.
Ma anche Fada è la personificazione di un'assenza. Perché la vita di Noel è stata tutta un'assenza, un vuoto. Se per lui il buio era "un fallimento che si sforzava di capire", "Il carcere era stato la perdita della libertà, la codardia era il fallimento del coraggio, il male l'astinenza dal bene, il buio era una luce fievole, il brutto semplicemente una sottrazione del bello, e niente era il castello in aria di qualcosa".
L'unica persona che riempie i suoi pensieri sconnessi è la maschera della ragazza senza occhi né orecchie. Fada gli dice: "Non si riesce mai a crepare in pace, mai, senza che la polizia stia sul tuo cadavere a inventarsi dei nomi". Per questo, Noel, passeggiando per la strada, prende a calci e calpesta vari esemplari della maschera della ragazza, opera di Declan. La mercificazione, la forzata assegnazione di una parola identificativa al corpo di quella donna anonima lo fa infuriare, si sveglia in lui – come in una delle tante epifanie – la violenza a lungo repressa, che gli darà appuntamento a un'occasione più importante e definitiva. Tutti i tasselli della vita di Noel, a partire da Declan, per arrivare ai vecchi amici di Derry, Snowy e Dainty, e al vicino di casa russo, Victor, alla fine comporranno un enorme puzzle, e riveleranno la loro imprescindibilità.
Nei libri, Boyle cerca di smascherare le parole e di trovare la verità che si nasconde dietro di loro, ma non riesce a superare il distacco che prova nei confronti del linguaggio comune. È come se tra lui e la lingua si aprisse un abisso incolmabile. Che però, Boyle desidera ardentemente, ancorché incosciamente, colmare. "Di solito sognava di trovare un nuovo dizionario sepolto nella foresta, correva a casa col libro sotto il pullover, la nuova lingua, l'incantesimo che avrebbe restituito la morte"."C'era silenzio. La morte era rinata. Nemmeno quelle erano le parole giuste." Quando era a Derry, l'unico suo libro sacro, era quello verde dell'Ira. A Dublino, per lui le epifanie, "gli attimi di illuminazione" sono "brevi e struggenti occhiate sulla libertà o la sua assenza": Boyle vede un Gesù a braccia distese e immagina che stia per tuffarsi, per suicidarsi. Poi, un giorno, la vecchia che aveva regalato le poesie a Fada muore. "Cos'era che faceva andare avanti lui, Fada, chiunque? La gente cosa cercava? Tutti sapevano che questa era la cruna dell'ago, che nulla durava, che avrebbe vinto il silenzio. L'animale spinto a sopravvivere e la ragione umana consapevole che è inutile – era così? La gente sapeva che era vano e soffermarsi su ciò non cambiava nulla. Tutti i libri al mondo cosa aggiungevano di fronte alla morte di una vecchia nella sua casa a Dublino? Il grande vuoto raffermo risucchiava tutto là, che tu ne fossi cosciente o meno".
E al suo funerale Noel conosce Eleanor. "Si fissarono, vuoto contro vuoto. Ma poi il vuoto cominciò subito a riempirsi di immagini". Sulle prime Noel si sforza di parlare di sé: "Tutto ciò che le raccontò, ogni singola parola, era una bugia e non lo era. Le cose che l'avevano formato non potevano essere tradotte in parole. Era una bugia. Ecco il tormento, nessuna parola adatta". Eleanor è la storia nella storia, il mezzo con cui il vuoto delle parole può essere colmato. È l'eterno ritorno del dualismo amore-morte, eros e thanatos, con il primo che vince sull'assenza, sull'impossibilità. "Non riusciva a smettere di pensare a lei, al suo sorriso disastrato, agli occhi vuoti divertiti. Boyle notò in se stesso la mancanza di senso del ridicolo, non disprezzava più le parole. Capì perché la gente moriva dalla voglia di usare certe espressioni". Boyle finalmente rinasce. Si allontana da Colomba (ragazzina innocente e disperatamente innamorata di lui), da Fada, dai tossici e dagli alcolizzati che lo circondano e che lo avevano intrappolato in un circolo vizioso ("Decise che avrebbe bevuto finché i nomi delle cose non gli fossero svaniti dalla mente") e si scopre umano. "Stava entrando in un territorio nuovo, abbattendo dei muri dentro di sé. Ecco a cosa doveva restare attaccato: bastava che provasse qualcosa, tanto per cambiare. Era la prova che ce l'aveva in sé, la capacità". Malgrado si senta profondamente vivo, Boyle, per sua natura, nutre in sé il germe della fine: "La libertà odorava sempre di marcio, di avariato. Tutta quell'attesa aveva trasformato l'arrivo di Eleanor in un evento, un'avventura che lui aveva appena iniziato e mentre stava lì ne sentiva già la fine da qualche parte nel futuro, la morte". L'anonimità di "Catriona", l'impossibilità di fuggire abbastanza lontano da se stesso, il passato, Fada – la cattiva coscienza di Boyle -, l'acqua in cui la ragazza è morta, l'acqua da cui tutti nasciamo: ciascuno di questi elementi, in apparenza buttati là senza ordine, né logica, sospinti dalla forza della lingua di O'Reilly – che, paradossalmente, sembra non condividere lo stesso scetticismo del suo protagonista riguardo alle parole – si incastreranno l'uno nell'altro mettendo al mondo una storia. O'Reilly compie un atto di fede nella vita e nelle parole, facendo venire alla luce Boyle, in antitesi con la vicenda personale del protagonista del libro. Visto che, si sa: "dietro una storia bisogna scavare: perché è successa in quel determinato momento, chi comunicava con chi. Spesso la forma migliore di segretezza è il pubblico dominio, la cosiddetta superficie" E poi perché, come dice Fada: "Una buona storia è un rimedio per molte cose. Anche per la cattiva coscienza. Attira molte maledizioni".
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