
|
da
"Alias - Il Manifesto"
Howard
Norman, sensibile memoir con oralità inuit
recensione
di Sebastiano Triulzi
Autore di cinque romanzi, due memoirs,
due raccolte di racconti e svariati libri per bambini, Howard Norman
è uno di quegli scrittori che in Italia sembrano essere sempre
inediti anche se sono già stati pubblicati, fagocitati da
una industria culturale peripatetica e allo stesso tempo schizofrenica.
Nel ’95 Frassinelli fece uscire Coro
di voci dal faro, storia di un artista che dipinge
uccelli e che confessa, fin dalle prime pagine, di aver ucciso un
uomo: l’anno precedente questo romanzo, il cui titolo originale
suona leggermente diverso, The Bird
Artist, era stato finalista del prestigioso National
Book Award, e ora l’edizione italiana non si trova neanche
sulle grandi librerie on line come Ibs o Bol. Tuttavia la prima
volta di Norman in Italia risale al 1992, quando Guanda diede alle
stampe Leggende dell’estremo
Nord, un libro presente ancora in molte delle nostre
biblioteche: dopo l’università, infatti, Norman, che
per lungo tempo aveva sognato i ghiacci del Nord pur essendo nato
e cresciuto in Ohio (Toledo, 1949), vinse una borsa di studio per
raccogliere i miti dei nativi americani e nel 1978 li mise assieme
in un libro intitolato The Wishing
Bone Cycle: Narrative Poems of the Swampy Cree Indians,
decidendo poi di ripartire i diritti d’autore e vari altri
onorari con gli abitanti della comunità Cree. Ora è
l’editore Sartorio a riprendere il testimone di questo viaggiatore
eccentrico, di questo scrittore influenzato più dalla cultura
orale che dalla tradizione alta, pubblicando, sotto il pungolo di
Tommaso Pincio che lo ha anche tradotto, Affinché
ti ricordi di me (pp. 178, euro 14,50), un memoir
che ha la struttura e la sensibilità di un romanzo. Sul finire
dell’agosto del 1977 Norman giunse nella piccola cittadina
di Churchill, sulle rive della baia di Hudson, in Canada, per trascrivere
i racconti popolari degli Inuit. In questo estremo lembo dell’esperienza
umana conobbe una linguista giapponese, Helen Tanizaki, più
esperta e più vecchia di lui, che era stata ingaggiata per
portare a termine il suo stesso compito: ne nacque una amicizia
ibernata nei sentimenti, breve e a suo modo feroce, segnata dalla
malattia terminale di Helen, alla quale ella si ribellò quasi
con rabbia, come offesa, cercando di estorcere ogni stilla di vita
dal tempo che le restava: "A dispetto delle mie condizioni
di salute, quasi mai provo la sensazione che la vita se ne sta andando",
confessa questa donna complessa e a tratti spinosa, che non ha fatto
altro, per sua stessa ammissione, che battere a macchina l’Artico.
Senza cadere mai nel sentimentalismo, Affinché
ti ricordi di me è costruito come un collage
di ricordi e di insegnamenti, in cui ogni tanto compaiono a sparigliare
la trama le trascrizioni delle leggende Inuit su Noè che
approda nell’Artico, disperso con la sua imbarcazione carica
di animali esotici: un Noè simile al primo bianco incontrato
dalla popolazione indigena, un uomo cocciuto e saccente, incapace
di riconoscere i codici di una natura implacabile, privo di spirito
di adattamento e di generosità, vittima della sua stessa
ostinazione e degli imperativi di un dio che lì non ha giurisdizione.
|