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da
"Il Manifesto"
Paesaggi interiori
ritagliati in atmosfere di ghiaccio
Tommaso
Pincio
Anticipiamo
l'introduzione di Tommaso Pincio al memoir titolato «Affinché
ti ricordi di me», che uscirà per l'editore Sartorio
il 10 maggio. Sono racconti ambientati nel Canada subartico che
Howard Norman aveva raggiunto per trascrivere i racconti degli inuit.
I personaggi dello scrittore americano oscillano tra ciò
che hanno perduto e ciò che non possono avere, abitano per
lo più in stanze d'albergo, a rimarcare la loro impossibilità
di una vita normale.
Malgrado
sia stato per ben due volte finalista del prestigioso National Book
Award, Howard Norman viene ancora considerato un autore per pochi,
il classico scrittore per scrittori. Ciò potrebbe indurre
a credere che i suoi siano libri difficili. Non è affatto
così. Norman non usa mai termini che bisogna andare a cercare
nel dizionario. Il suo periodare non è per nulla complesso.
Anzi, spesso è di una semplicità disarmante, al limite
del laconico. Ma proprio in questo consiste la disorientante originalità
di Howard Norman: la lingua dei suoi libri è così
semplice da risultare stranamente innaturale, come se a indossare
i panni del narratore fosse un adulto che per qualche ragione si
esprime con il vocabolario e la sintassi di un bambino.
Tutti i suoi romanzi sono ascrivibili a un genere che ha una grande
tradizione nella letteratura anglosassone, il romanzo di formazione.
Raccontano storie di persone che vengono scacciate dal tormentato
e sognante limbo dell'adolescenza. Più semplicemente, parlano
di persone che la vita spinge a diventare adulte una volta per sempre.
Nei romanzi di Norman il passaggio alla maturità si compie
attraverso un evento di natura traumatica che viene immancabilmente
annunciato nelle primissime righe. Il guardiano di un museo confessa
di aver rubato un quadro per amore di una donna. Un ragazzo racconta
che la prima notizia da lui sentita alla radio è la morte
del suo migliore amico per annegamento. Un pittore di uccelli si
presenta ai lettori dichiarando fin da subito di aver ucciso un
uomo. Una volta annunciato il fattaccio, l'esistenza del protagonista
viene velocissimamente riavvolta fino ai momenti iniziali, quasi
che il passato fosse il nastro di un vecchio magnetofono. A questo
punto parte la narrazione vera e propria, apparentemente priva di
suspense in quanto il lettore crede di sapere già quel che
di saliente c'è da sapere: un quadro verrà rubato,
un amico morirà, un uomo ucciderà un altro uomo.
Individui
al limite dell'autismo
Se la dinamica narrativa segue un andamento insolito è perché
i protagonisti di questi romanzi sono tipi strani. L'aggettivo «strano»
può sembrare vago e banale, poco sofisticato sul piano letterario,
ma rende bene l'idea. Tanto per cominciare, sono personaggi strani
perché hanno nomi poco comuni come Noè Krainik o Fabian
Vas. In secondo luogo - a parte il protagonista quattordicenne di
The Northern Lights, romanzo d'esordio dell'autore - sono tutti
alquanto cresciuti, giovani uomini più che adolescenti. Tuttavia
i modi impacciati, goffi, timidi e introversi tradiscono personalità
decisamente immature, quantomeno a livello emotivo. Il linguaggio
scarno e a tratti brutale rivela inoltre individui al limite dell'autismo,
incapaci di interagire con il prossimo, persone miti e passive che
subiscono senza reagire, salvo sbottare all'improvviso compiendo
gesti di cui non li si riterrebbe capaci. Come rubare o addirittura
uccidere. Qualcosa di più del classico eterno adolescente,
insomma. Probabilmente la definizione «persone anaffettive»
gli calzerebbe a pennello. E che siano un po' dissociati lo si capisce
al volo.
Peter Duvett, protagonista nonché voce narrante di The Haunting
of L., è un giovane che ha lasciato la città natale
dopo la morte di sua madre. Fa l'assistente di un fotografo, e per
sua stessa ammissione è solito pensare per didascalie. Cosa
ciò significhi lo spiega prontamente egli stesso: «Per
esempio, immaginiamo che dimentichi di prendere l'impermeabile in
un giorno di pioggia, il mio pensiero immediato sarebbe: uomo che
ha dimenticato l'impermeabile, in piedi in una strada». Ecco,
i protagonisti dei romanzi di Howard Norman sono così, persone
che hanno uno strano modo di ragionare.
Emotività
anestetizzate
Questi personaggi sono accomunati da un altro tratto, sono tutti
orfani o in qualche modo disgiunti dai genitori, il che potrebbe
fornire una facile spiegazione della loro natura. «Le persone
non dovrebbero diventare ciò che hanno perduto» si
legge in The Northern Lights. Ma naturalmente si verifica sempre
l'esatto contrario. I personaggi oscillano tra ciò che hanno
perduto e ciò che non possono avere, in genere tra un genitore
che non c'è più e una donna che o non vuole o non
può corrispondere il loro amore. Questi personaggi abitano
inoltre in stanze d'albergo oppure vi soggiornano per lunghi periodi,
quasi a suggellare la loro impossibilità di una vita normale,
il conforto di un focolare domestico. Infine, hanno sempre a che
fare con le arti visive. O sono pittori o guardiani di un museo
o fotografi. Questa loro prossimità con l'arte non è
però salvifica. L'arte addormenta il demone che cova nel
loro animo solo per risvegliarlo bruscamente con esiti spesso spiacevoli.
Il protagonista di The Museum Guard, per esempio. Il suo nome è
DeFoe Russet e - come il titolo mette subito in chiaro - fa il guardiano
in un museo. DeFoe ha perso i genitori quando aveva appena nove
anni ed è cresciuto in un albergo insieme allo zio Edward,
anche lui guardiano del museo. Lo zio non è di certo il migliore
dei genitori possibili poiché è un inguaribile donnaiolo
e un gran bevitore. Ciò nonostante DeFoe non è dedito
agli stessi vizi. A dire il vero, non indulge in nulla. Sul piano
emotivo sembra quasi anestetizzato. Passa tutto il giorno a guardare
i quadri nel museo, ma le loro qualità estetiche non lo intaccano
minimamente, al massimo nota che un dipinto è sproporzionato.
DeFoe è innamorato o perlomeno così crede. La fanciulla
dei suoi desideri si chiama Imogen Linny. È orfana anche
lei e lavora come custode nel cimitero ebraico locale. Il suo atteggiamento
nei confronti di DeFoe è a dir poco incostante. Talvolta
si concede, ma spesso e volentieri si nega. Per usare le parole
di DeFoe, la loro relazione è segnata da prolungati periodi
di «litigi e celibato». L'umore imprevedibile della
ragazza istilla in lui la convinzione che la vita è qualcosa
di troppo lontano perché possa sperare di viverla. «Perfino
quando sono disteso sul letto accanto a lei» confessa DeFoe,
«la camera completamente al buio o appena rischiarata dalla
striscia di luce di una lampada che filtra da sotto la porta della
cucina, perfino allora lei mi sembra inavvicinabile nel senso più
vero della parola».
Dove
il freddo è di casa
Un bel giorno viene esposto nel museo il quadro di un pittore olandese
che raffigura una ragazza ebrea in una strada di Amsterdam. A forza
di ascoltare alla radio i notiziari che parlano di Hitler e di quanto
accade in Europa - siamo infatti alla vigilia della Seconda guerra
mondiale - Imogen si convince di essere la ragazza ritratta nel
dipinto. DeFoe diventa ancor più consapevole della distanza
che lo separa dalla ragazza che ama e, in un estremo quanto insensato
tentativo di avvicinamento, ruba il quadro per lei. Ma una volta
commesso il furto, anziché darlo a Imogen, spedisce il dipinto
a una vecchia fiamma del padre; «per essere stata gentile
con me nel giorno in cui i miei genitori morirono» spiega
DeFoe nel biglietto di accompagnamento. In quel tragico frangente
la donna aveva infatti cercato di distrarre il piccolo DeFoe insegnandogli
a stirare. Ancora oggi, da adulto, Peter continua a stirare ogni
qual volta deve confrontarsi con i propri problemi, primo fra tutti
la sua estraniazione dal mondo.
«Il mio cuore è chiuso a doppia mandata col lucchetto
del gelo» sono le parole con cui DeFoe spiega la sua strana
natura. E non si tratta di una semplice metafora. Il giovane vive
ad Halifax, piccola cittadina canadese dove il freddo è di
casa.
In effetti, tutti i romanzi di Howard Norman sono ambientati nel
Canada subartico. I suoi personaggi sembrano esistere in funzione
di quei paesaggi desolati e inospitali, quasi fossero personificazioni
di un'idea assoluta di gelo dove il calore dei sentimenti ha vita
dura. Chiusi nel loro gelido mondo, ibernati nell'animo, questi
strani personaggi raccontano se stessi con parole simili al paesaggio
che li circonda, esprimendosi con un linguaggio freddo, aspro e
desolato come una distesa di ghiaccio.
Ciò nonostante la loro voce è un mistero che incanta
e irretisce. Nella loro apparente indifferenza traspare la fiamma
di una passione che non ha ancora trovato un modo di esprimersi
compiutamente. Ed è proprio grazie al gelo che questa pallida
e vaga fiamma riesce a splendere in modo vivido e toccante. Del
resto, si sa, la vera bellezza è fatta di contrasti.
Un
tardivo approdo al romanzo
Howard Norman non è canadese. È nato e cresciuto negli
Stati Uniti del Midwest. Il padre fu per lui praticamente un fantasma.
Quando morì, non lo vedeva ormai da vent'anni. La madre passava
invece gran parte del suo tempo lavorando come balia, un mestiere
che tenne a lungo nascosto ai figli. All'interno di questo quadretto
familiare il giovane Norman cominciò a sognare il grande
nord, alla maniera in cui i bambini americani sono soliti fantasticare
sul Far West. I misteriosi e severi paesaggi nordici dovettero sembrargli
lo specchio ideale di un focolare domestico desolato e in sfacelo.
Come narratore Howard Norman non è mai stato un bambino prodigio.
Non poteva esserlo perché nella casa in cui è cresciuto
non c'erano libri. Anche sul piano letterario è dunque una
sorta di orfano, un uomo che ha scoperto tardi e a poco a poco l'arte
del raccontare storie. Ha infatti scritto il suo primo romanzo quando
ormai si approssimava alla quarantina, dopo un lungo apprendistato.
Per molti versi può essere considerato un figlio adottivo
di Jack London, il grande cantore americano del nord, di quei territori
gelidi dove l'estate vola via come un sogno e si finisce per trovare
se stessi perché «là nessuno parla».
Affinché ti ricordi di me, non è un romanzo. È
quel che gli anglosassoni chiamano «memoir», un libro
di ricordi nel quale Norman rievoca una fase particolare della sua
vita, quella in cui era ancora un giovane senza troppa arte né
parte e sognava di stare seduto in una stanza d'albergo a scrivere
romanzi. Quantunque sognasse di diventare scrittore, egli non aveva
ancora «la benché minima prospettiva letteraria».
Era ancora un acerbo e inconcludente ventenne affetto da tormentata
vaghezza. Anche sul piano sentimentale il giovane Norman faticava
a trovare la propria strada. Sognava di avere una relazione amorosa
ma di fatto era solo.
Momenti
di una amicizia
Stiamo parlando di un tempo in cui Howard Norman non era propriamente
un ragazzino, visto che aveva già ventotto anni. Ma tant'è.
Nel 1977, sul finire dell'estate, il giovane giunge a Churchill,
nel Canada subartico. Era stato ingaggiato da un museo per trascrivere
e tradurre i racconti popolari degli inuit ovvero degli esquimesi,
come sono più comunemente note le popolazioni che vivono
in quei luoghi. Laggiù, ai margini del mondo, il giovane
Norman fa un incontro che lo cambierà per sempre. Conosce
Helen Tanizaki, una studiosa giapponese di dieci anni più
vecchia di lui. Helen si trova a Churchill per il suo stesso motivo,
ascoltare e tradurre leggende, e Norman ne subisce fatalmente il
fascino. Ma un po' per la sua immaturità un po' perché
Helen è condannata da un male incurabile, il rapporto si
cristallizza in una forte amicizia che ricorda molto gli amori platonici
dell'adolescenza. Nelle poche settimane che trascorreranno insieme
Helen insegnerà molto al giovane Howard Norman. Gli farà
capire quanto egli sia ancora lontano dalla vita, quella fatta di
sentimenti reali. Lo aiuterà a districarsi nel difficile
rapporto con Mark Nuqac, un anziano e scostante inuit che narra
le bizzarre quanto comiche storie di Noè, il quale, non si
sa come, dopo il diluvio universale si ritrova con l'arca intrappolata
tra i ghiacci del nord. Volendo riassumere, la sfortunata giapponese
inizierà il giovane americano al senso più vero della
letteratura.
Momenti di una strana amicizia che Norman rievoca con misurata tenerezza.
Momenti brevi come è breve l'estate ai confini del mondo.
E brevi sono anche i momenti in cui una persona inizia a diventare
ciò che è. A quegli attimi germinali, per un verso
o per l'altro, prima o poi, tutti noi sempre torniamo. E a quegli
attimi fuggiti nel tempo torna Howard Norman nel suo libro, gli
attimi in cui, tra i ghiacci dell'Artico, il cuore di un aspirante
scrittore da troppo tempo intirizzito ha iniziato a sciogliersi. |