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Una nuova stagione letteraria
di Flavio Santi, Liberazione
Parole da sottoscrivere in pieno quelle della curatrice Giulia Belloni: “Chi fa davvero questo mestiere versa sempre in una inconfessata condizione di incertezza e indeterminatezza. A meno infatti di non confezionare delle antologie tematiche, imponendo cioè il tema dei racconti, o di compilarle sfogliando la propria agendina dei vip [...] il lavoro di ricerca e di selezione di testi letterari implica un tempo che non è possibile stabilire, perlomeno a priori. Se si è fortunati in un mese si può trovare un racconto, ma poi, per mesi e mesi, si può leggerne molti senza ricavarne nulla. Questo è lo scouting, come si dice in gergo, e io non ho mai voluto lavorare in modo diverso. Solo questo procedimento infatti, e cioè la selezione degli autori che costituiranno un gruppo, a posteriori, e cioè dopo aver letto tutti i loro testi e selezionato i migliori, e non a priori [...] garantisce autenticità”. La citazione è lunga, ma ne valeva la pena: in un momento in cui ormai i libri sopravanzano nettamente i lettori, la cura e l’attenzione sono i migliori strumenti per coltivare e praticare la grande utopia della scrittura e rilanciare la conseguente lettura. Questa antologia incarna alla perfezione questo spirito euristico. Dunque non la convenienza ma l’autenticità; non il presenzialismo ma la ricerca di un punto di vista nuovo, magari minimo, ma proprio nel suo apporto millimetrico capace di scrollare la realtà. Il pregio di questa antologia è che parla innanzi tutto al lettore, lo rende protagonista, cerca di interpretare i suoi sentimenti, i suoi pensieri, di farsi tramite e occhio per lui. Niente perciò di ombelicale o cervellotico, di neo-neosperimentale. Diciotto racconti di forte sincerità, che vibrano con il lettore. Sono spesso pennellate, impressioni di poche pagine, che ritagliano una condizione esistenziale, psicologica da condividere. L’assunto alla base è, in fondo, di matrice gramsciana ed è il rimarcare che tra i parametri fondamentali della qualità artistica ci sono la fruibilità, la leggibilità, l’accesso anche melodrammatico, l’emotività, in una parola uno sguardo attento (e non ruffiano) al pubblico, inteso in senso ampio, come aggregato di persone senzienti e intelligenti. Che nell’opera d’arte ci sia un mittente e un destinatario, con un preciso e quintessenziale feedback, non ce lo siamo certo sognati l’altro giorno. E dunque se l’autore è un individuo intellettivo, non si capisce perché non lo sia anche il lettore. E invece no, spesso è l’anonimo numero di una massa burina da infarcire con i Dan Brown e le Melisse di turno. I lettori non sono polli da batteria, da accecare con effettacci mediatici e strilloni giornalistici. O, all’estremo opposto, non sono neppure gli specialisti prezzolati. Prevalendo questi due estremi, o il pollame da ingrasso cartaceo o l’esclusivo jockey club, si è perso il significato della letteratura come gesto vitale e conoscitivo. Così alla calda emotività di Tobino o Soldati si preferisce l’astrusità di un D’Arrigo, i catorci celibi e tristemente luddistici del barocco più accademicamente opaco, oppure, all’opposto, le acque di risciacquo. Perché alla base, inutile negarlo, c’è la presunzione di sapere quanto oscuro, difficile e misterioso sia il mondo in cui viviamo e che questa oscurità esiga anche un’oscurità di parola. Si teme che esprimere la complessità con limpidezza voglia dire cancellarla. Questo è stato il sommo equivoco della modernità novecentesca – soprattutto in Europa, decisamente meno nelle Americhe –, alimentato per ondate successive (perdita d’aureola, avanguardie radical-chic, francofortesi ecc.). Equivoco letale a molti scrittori. Per fortuna non a quelli raccolti qua, che si esprimono con chiarezza e nitore, con un’emotività fragile e mai gratuita. Leggete “Kostel” di Anna Lamberti Bocconi, o “Urlate più che potete” di Cristina Arcuri, o “Le cose cambiano” di Michele Ruol. Leggeteli tutti questi racconti. Ora, aspettarsi da scrittori ancora giovani e spesso sconosciuti una nuova stagione letteraria e umana è forse un’illusione, ma noi ci illudiamo ben volentieri.
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