La scheda
Tra Joyce e gli U2
di Flavio Santi

Spesso i giochi ci vengono in aiuto più di mille, complessi tentativi di spiegazione. Tutti noi abbiamo fatto il gioco del “Se fosse...”: si cerca di indovinare l’identità di una persona attraverso delle domande in cui la si immagina assimilabile ad altre categorie. Se fosse una pianta... Se fosse un animale... I puristi del gioco non me ne vorranno se sovvertirò alcune regole per necessità di chiarezza.
Ecco, se il libro che tenete in mano fosse una musica, cosa sarebbe? Sarebbe una cosa ben strana e singolare, ma proprio per questo nuova e potente: immaginiamo gli affondi acidi e tirati della chitarra di Dave Evans, The Edge degli U2, fusi insieme agli echi cupi e tuonanti dell’organo barocco della dublinese Christ Church. Il risultato sarebbe una melodia di grandi dissonanze, dove antico e moderno, interno ed esterno cozzano e si compenetrano.
Il ritmo delle cose è il secondo romanzo di un nuovo, talentuoso scrittore irlandese che si è già fatto notare in Gran Bretagna per la raccolta di racconti Curfew (2000) e il romanzo d’esordio Love and sleep (2002), inserito dal prestigioso “Irish Time” nell’elenco dei cinquanta migliori romanzi irlandesi di tutti i tempi. E alla seconda prova, la più temuta per uno scrittore, Sean O’Reilly non sbaglia. Anzi. Non solo conferma ma rincara la dose di talento che il buon Dio gli ha dato.
Mentre dal Liffey emerge il cadavere di una donna, probabilmente straniera, ribattezzata dalla polizia Catriona, Noel Boyle, ex fiancheggiatore dell’IRA, otto anni di carcere alle spalle, è a Dublino, deciso a dare una svolta alla propria vita. Si iscrive a Filosofia, cerca di studiare e di dimenticare. Conosce delle donne, forse s’innamora. Ma l’immagine della maschera mortuaria di Catriona, vista quasi per caso su un giornale, è un fatale sigillo che lo perseguita e lo ammorba per l’intero arco del suo (breve) soggiorno. Il passato è un incubo da cui non ci si può risvegliare. Mai. Da buon conoscitore di Sartre, incontrato in occasione di una tesina per un esame, Noel sa che l’inferno sono gli altri: l’osceno Fada, una specie di artista di strada ossessionato dai cigni; il russo Victor, in odore di delazione (questo almeno il sospetto di Boyle); Snowy, un vecchio compagno di carcere che sarà parte in causa nella catastrofe finale; l’amico Dainty, troppo lontano per qualsiasi aiuto e sostegno. Di più: Noel prova sulla propria pelle la dannazione dell’esistere che così Joyce siglava nell’Ulisse: “L’inferno mio, e quello dell’Irlanda, sono in questa terra”.

Continuiamo il gioco del “Se fosse...”. Se fosse un grande autore – cosa che auguriamo di diventare a O’Reilly, che ne ha tutte le carte in regola – chi sarebbe? Qua la risposta è già stata anticipata: James Joyce. Il ritmo delle cose è un libro joyciano. Immagino che qualcuno sarà sobbalzato dalla sedia. Ne ha tutto il diritto: “joyciano” è un aggettivo che si scomoda da sempre (e giustamente) con grande parsimonia e attenzione, anche con un po’ di ritrosia e sospetto, e che nel corso degli anni si è attagliato a pochissime opere: Sotto il vulcano di Malcolm Lowry è joyciano, L’osceno uccello della notte di José Donoso è joyciano, L’ordine naturale delle cose di António Lobo Antunes è joyciano. Si tratta di uno di quegli aggettivi letterari, come “dantesco”, “dostoevschiano” o “proustiano”, che indica una tensione all’eccellenza non facilmente raggiungibile. Naturalmente il semplice prelievo di citazioni, modi di dire, tic espressivi dall’originale non è sufficiente per fregiarsi di tale titolo: saremmo nel puro ventriloquismo o pappagallismo, trappola in cui cadono gli artisti meno dotati e avveduti. Le allusioni più o meno esplicite non mancano (alcuni versi della poesia The Holy Office; inserti vari, disseminati lungo il testo; il nome Boyle che sembrerebbe un calco da un personaggio secondario dell’Ulisse, tale Boylan), ma non sono questi gli elementi determinanti. Questi sono più che altro indizi di una caccia al tesoro che i lettori più colti sapranno gustare. Le ragioni della joyceanity del Ritmo delle cose sono altrove e ben più solide e profonde. Citiamo le più convincenti. L’antropomorfismo di Dublino, le sue strade che sembrano vene di un corpo palpitante, i suoi parchi ed edifici che sembrano muscoli e tendini: la città vive e soffre con chi la abita, con chi la attraversa. La precarietà esistenziale, il senso funereo della vita su cui non può che incombere il fallimento (da qui l’indistinzione tra vivi e morti di cui si fa simbolo la neve del celebre racconto I morti). L’arbitrarietà del segno, il flusso di parole e pensieri che trasbordano di personaggio in personaggio, per cui ciò che pensa o dice Boyle è quello che forse pensano o dicono anche Fada, Colomba, Victor, o l’intera città, e viceversa: un’immensa telepatia polifonica. E a raccordare tutto questo un realismo che non si limita a descrivere o narrare, ma fa qualcosa in più e di più difficile (e che come tale lo colloca fuori dai canoni in senso stretto): dare corpo ai fantasmi più oscuri dell’animo umano. La realtà, dunque, non è la semplice pellicola che si posa aderendo ai nostri occhi, ma qualcosa che va oltre la pupilla, la perfora, la annichilisce. Così capiamo perché a scrittori di questo genere il realismo stia stretto: la loro sfida è con quel tutto che è la vita. Interni. Esterni. Psicologia. Patologia. Perfino occultismo e demonologia, se occorre.
Con questo secondo romanzo O’Reilly ci consegna un’opera di rara intensità e drammaticità, uno squarcio su quella vita dove, per dirla con le parole del suo mentore Joyce, “aleggia uno speciale odore di putrefazione”. Un libro che ci si porterebbe volentieri all’inferno per prepararsi coscienziosamente ai tormenti delle pene eterne.