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Un disegno preciso: ascoltateli
da Frammentando, il blog di Barbara Gozzi
Le raccolte di racconti sono ormai un rischio accertato. E ancora non mi capacito dei motivi, delle dinamiche che generano nel lettore più facilmente rifiuto o ‘arricciamenti di naso’.
Di certo, se i racconti sono scritti da sconosciuti, magari giovani, la situazione si complica.
Forse negli ultimi tre, quattro anni ne uscite troppe, per medio piccole case editrici, e allo stesso modo ne è rimasto troppo poco per poter dare credito a questo tipo di testi. Sta di fatto che io adoro i racconti, li trovo perfettamente adattabili a particolari momenti della vita come certi viaggi o magari in attesa del turno dal dottore. Brevi intermezzi dove io (ed è quindi una considerazione assolutamente personale) preferisco spesso storie brevi.
Anche sul concetto stesso di racconto si discute ancora. C’è chi sostiene che deve comunque avere una trama precisa, uno sviluppo con un inizio e una fine (anche se sospesa o poco chiara). Altri considerano ‘racconto’ tutto ciò che appunto racconta qualcosa in un numero relativamente breve di pagine. Poi esistono i racconti e basta, quelli brevi ma anche quelli lunghi (e già lì, la faccenda si complica perché il confine con i romanzi brevi è sottile, contradditorio).
Fatto sta che ‘Giovani cosmetici’ è senza dubbio una raccolta di racconti di autori giovani (che non vuol dire over trenta, per fortuna, ma con un ‘ventaglio’ più ampio anche anagraficamente).
Ma anche poco conosciuti.
E sono tutte stesure brevi, a volte addirittura brevissime. Qualche pagina. Alcuni minuti di lettura.
Però.
C’è molta cura dietro a questa raccolta. E lo si percepisce dalle scelte. Dall’ordine di pubblicazione che si è soliti sbirciare prima dell’acquisto o per controllare che ci sia quel ‘tal’ autore che. Ma difficilmente lo si nota nel contesto. Nella globalità del volume. Invece qui c’è un disegno preciso, la volontà di presentare al lettore strutture diverse alternate, di provare a lasciare emozioni che devono contrastarsi, tentare di catturare chi legge attraverso sfumature diverse. Non è affatto una questione di ‘nomi’ perché, come accennavo poco fa, si tratta di giovani autori non noti. Si tratta, piuttosto, di proporre storie che provano a scatenare ogni volta una percezione differente.
Non ci sono due racconti simili per genere, personaggi, storia o scelte stilistiche.
In ognuno ci sono tematiche, strutture e tratteggi precisi e originali.
E anche questo è un rischio notevole. E’ molto difficile scommettere su un prodotto così eterogeneo, potente proprio grazie a questa cura, all’unicità delle voci e alla varietà dei temi affrontati, eppure frammentario. Allo stesso modo è più complicato per il lettore ‘entrare’ in ogni racconto perché sono proprio le diversità che colpiscono più o meno, uniscono e dividono.
Nonostante tutti i ragionamenti, le premesse e le logiche, in quest’antologia c’è qualcosa che accomuna i racconti, che li avvicina: l’intendo di scavare in tematiche ‘importanti’. Forti. Ed è un intento che merita il giusto rispetto, che dimostra quanta voglia hanno i giovani scriventi di sviscerare questioni scomode, emozioni complesse quanto sottili.
Basta, dunque, tutto questo per giudicare (post lettura) questi autori? Secondo me no, assolutamente no. Il racconto, considerato singolarmente è una prova secca. Che ha il suo peso, indubbiamente, ma non può e non deve svelare tutto del suo autore e lo sottolineo perché mi sembra che ancora di più in questo caso, con racconti così brevi e intensi, sia fin troppo facile ‘etichettare’.
Ne esce il tratteggio di una società in parte destabilizzata, impietosa, che tende a ingabbiare (‘Come Mork e Mindy’) ma anche un certo modo di vivere che sembra ma non è, e il ritrovarcisi dentro è terrificante (‘Carrozza non fumatori’). Ci sono tante diversità vissute con sofferenza, contrasto (‘Come Mork e Mindy’, ‘La cena degli amanti’ e ‘un silenzio che non è assoluto’). Ma anche l’incomunicabilità, le difficoltà di farsi capire (‘Kostel’), le crudeltà in età normalmente attribuite ai giochi e alla spensieratezza (‘Bambini’) e un altro vivere, tra banalità e noia (‘un attimo prima dei cattivi pensieri’). Poi ancora, i silenzi che spezzano e portano a cercare altrove calore ed emozioni, l’annullamento (‘Non succede mai niente’), i comportamenti complessi, estremi, catalogati come ‘folli’ (‘Non parlatemi più di Fede’), e una vita vissuta in mezzo all’indifferenza, tra azioni che sembrano slegate e insensate ma diventano simboli precisi, crudi (‘Senza nessun suono e senza nessun motivo’). E proseguendo, il transito tra l’infanzia e l’età adulta con un nuovo bagaglio di consapevolezze (‘Olimpionica’), la crudele durezza di una vita fatta di abbandoni e pianti, dove il peso delle scelte è il ringhio di una cagna ‘imbevuta di rabbia trattenuta, sorda’ (‘urlate più che potete’), la tenera voce di chi guarda il mondo dal basso e si appropria lentamente di consapevolezze nuove e difficili (‘Le cose cambiano’). Un’immersione come sfida che cronometra un preciso ‘vivere’ (‘Due minuti’, fulminante), due storie di sopraffazione e alienazione, dove i gesti sembrano quasi assurdi ma celano precise scelte, percezioni della vita dentro e attorno (‘Mi sembrava di essere stato gentile’ e ‘Non voglio del romanticismo’). Una nonna che si lascia guidare e guida, attraverso ‘una città senza bordi’, in una periferia dove si indicano le lumache, il tempo si dilata e con lui anche gli spazi perché ‘tutto il mondo è come lo so io, da me s’emana e davvero non c’è altro’ ( ‘Attorno a un certo vuoto’). Infine la morte che arriva dopo la potenza della forza (degli altri, di quei cari che circondano e sperano), la consapevolezza delle debolezze personali, della malattia che rende imperfetti. E’ una morte scelta, quasi chiamata, perché ‘non sarei mai stato meglio di così e nemmeno loro. Non sarei mai stato migliore’ come se, in un qualche modo, il malato potesse valutare la qualità della sua vita futura, le sue residue potenzialità (‘Forte, fortissimo’).
Mi è sembrato di avvertire, in molti di questi racconti, il riconoscere (a volte sussurrandolo) che l’imperfezione è parte di questa nostra vita moderna, anche se nessuno la cerca e la vuole e per contro, la ricerca della perfezione come ‘must’, vincolo che differenzia o addirittura emargina.
In conclusione non so se la denominazione ‘giovani cosmetici’ sia la più appropriata, ho come l’impressione che nell’immaginario collettivo si associno ai racconti elementi di bellezza intesa fine a se stessa, glamour direi, di mera percezione fisica. Perché di fatto il cosmetico è qualcosa che si usa per conservare la bellezza (come spiega la curatrice, Giulia Belloni, nella sua prefazione che chiarisce le dinamiche del progetto) ma è anche qualcosa che ‘tende’ ad accrescere la bellezza, a farla uscire il più possibile. Per come li ho sentiti io questi racconti, la bellezza è dentro la scarnificazione. E’ l’intento di denudare realtà, sentimenti, quanto scelte - che li unisce, li accomuna secondo me; il farlo usando pochi spazi, curando le parole, riducendo ai minimi termini le frasi e le attese. Brevi e intensi. Rumorosi quanto impercettibili. Graffiano, raspano e sputano. Non si curano dell’impatto (alcuni più di altri, ovviamente), del rientrare in forme espressive non orticanti. Tutt’altro, ci provano: a procurare pruriti, a colpire il più possibile. Ci provano, a far riflettere. Viceversa alcuni cercano la cura dei dettagli, i simboli in essi contenuti, i silenzi intensi e i gesti che non sono solo apparenze, bensì mondi in attesa di essere scoperti.
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Alcune brevi annotazioni personali quanti parziali, di un sentire leggendo:
In ‘Come Mork e Mindy’ si racchiudono, dentro una struttura tutto sommato semplice e quasi
scontata, una serie di affermazioni ‘toste’, importanti. Che meritano di essere notate. E ce n’è davvero per tutti i gusti: la perfezione, la ‘versione’ che ci viene data di Dio, l’amore, questo nostro vivere oggi che è un continuo giudicare senza sognare. E molto altro. Poi, il riconoscere nell’imperfezione l’unione, l’incastrarsi di due persone per sempre è di una semplicità così potente che sorprende.
In ‘Carrozza non fumatori’ si potrebbe individuare il fraintendimento di cui accennavo sopra
ovvero: ‘ è o non è un racconto propriamente detto?’ Per me sì, assolutamente. C’è questo vivere che è dolore e annullamento interiore, e già questo basta a spiegare una narrazione che non parla per sequenze ma per macro insiemi. Poi un’aggettivazione, un’abilità nell’associare parole e immagini che destabilizza. Stordisce. ‘Seno di cicatrice’ e ‘gambe di ematoma’ (pag.25) li ho cerchiati leggendo, mi sono rimasti dentro.
Davanti agli handicap ci si interroga spesso. Sulla qualità della vita. Sulle reali percezioni
della persona. Su cosa e come. In ‘un silenzio che non è assoluto’ questi interrogativi emergono,
si impongono. E’ un incontro delicato quanto crudele, che colpisce il legame genitore-figlio e ne
sfalda alcune delle fondamenta tradizionali. ‘Chissa cosa gli arriva da dietro quel muro’(pag.125)
‘Due minuti’ è una sfida che non va sottovalutata. Sembra il racconto di una disgrazia (anche
mediamente prevedibile, come tragedia, la senti che scricchiola già dalla prima pagina) eppure c’è dell’altro tra le frasi secche, precise come pungiglioni. ‘La nostra vita fuori ricorda quella
della cima attaccata sotto. Dobbiamo tagliarla, è l’unico modo per lasciarla andare veramente.’(pag. 116)
Poi il narratore di ‘Le cose cambiano’ e il cane di ‘Urlate più che potete’. Ascoltateli.
Infine, ‘le parole sono inutili e fottono la gente’ (pag.64) in un vivere che davvero è solitudine
e tentativo di stordimento, dove l’istinto sessuale diventa necessità per ‘provare’ ancora
qualcosa, per sentirsi e sentire in mezzo al ‘niente’ in ‘Non succede mai niente’.
Ma anche ‘bisognava smettere di farsi a pezzi con lo sguardo interiore e creare uno sguardo
diverso, esteriore’ (pag. 92) in ‘Olimpionica’.
Sassi. Piccoli. Forse fragili in quanto appunto ‘giovani’ ma che racchiudono stimoli, a mio
parere, importanti.
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