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IL PROGETTO COSMETICI
cosmetico: atto a conservare e/o ad accrescere la bellezza
L'introduzione di Giulia Belloni all'antologia dei giovani cosmetici
I Cannibali volevano essere, nell’intenzione e nella volontà del loro curatore, una compagine di giovani scrittori che proponevano racconti il cui tema dominante era la violenza, scollegata però dalla sua causa scatenante. Gli Intemperanti si presentavano invece come un gruppo di autori che scrivevano racconti brevi, sperimentali nella lingua, nei temi e nell’ambientazione, e miranti a proporre soprattutto un cambio del punto di vista ortodosso sulle cose. I Cosmetici rilanciano la necessità di un canone estetico e formale nella scrittura. In un’epoca in cui il senso del gesto di scrivere va riscandagliato a fondo, visto che ci si chiede se la lentezza della parola scritta possa ancora coniugarsi alla velocità irrallentabile della nostra vita, ci piace proporre un ripensamento su quelli che, secondo noi, sono proprio gli elementi costitutivi della scrittura. Chi scrive è inevitabile che si trovi di fronte a un problema di tipo squisitamente estetico: intanto perché deve selezionare elementi, soggetti, trame che abbiano in loro quella magia che chiamiamo bellezza, e poi perché deve porsi il problema di un trattamento del tema che sia in qualche modo cosmetico, che utilizzi cioè espedienti e arrangiamenti formali, atti, appunto, a preservare, o, se si riesce, a esaltare, la bellezza di cui sopra. Il termine deriva da una dottissima famiglia di parole greche, che intendeva per cosmos l’ordine dell’universo, e per cosmeticos l’aggettivo pertinente a questo ordine. Trattasi insomma di un atto di conservazione della bellezza, come di ordinamento di un’armoniosa complessità, di esaltazione, qualora sia possibile, della stessa. Cosmetico significa attinente alla bellezza, ma anche tattico, strategico, ordinato. All’interno di questi confini si delimita il campo da gioco dell’autore, uno spazio nel quale può tentare un gesto, che dovremo decidere se accogliere, oppure no. Chi fa davvero questo mestiere versa sempre in una inconfessata condizione di incertezza e indeterminatezza. A meno infatti di non confezionare delle antologie tematiche, imponendo cioè il tema dei racconti, o di compilarle sfogliando la propria agendina dei vip – a condizione d’averla, s’intende – il lavoro di ricerca e di selezione dei testi letterari implica un tempo che non è possibile stabilire, perlomeno a priori. Se si è fortunati in un mese si può trovare un racconto, ma poi, per mesi e mesi, si può leggerne molti senza ricavarne nulla. Questo è lo scouting, come si dice in gergo, e io non ho mai voluto lavorare in modo diverso. Solo questo procedimento infatti, e cioè la selezione degli autori che costituiranno un gruppo, a posteriori, e cioè dopo aver letto tutti i loro testi e selezionato i migliori, e non a priori, compilando cioè antologie che racchiudono nomi già affermati, e sperando in questo modo di sommare l’indotto di pubblico di ogni singolo nome, e quindi vendere, garantisce autenticità a questo tipo di operazioni. La mia indagine è durata tre anni, nei quali ho letto più o meno un paio di migliaia di racconti, non tutti, ovviamente, di autori diversi: nel senso che alcuni di loro mi hanno proposto raccolte di decine di loro racconti, di modo che io potessi valutare con più agio se ve ne fosse qualcuno, tra quelli, che potessi includere. I metodi di raccolta sono stati i più semplici, dall’invio di racconti ai miei indirizzi civico ed email, alle segnalazioni dei giornalisti e degli intellettuali italiani che sapendo di che cosa mi occupo mi indicano quello che ritengono essere interessante, allo scrutinio dei concorsi letterari nazionali, e anche, perché non dirlo, all’occasione, che come tutti sanno può portare con sé talvolta anche sorprese insperate. Cambiando io gruppo editoriale dopo sei anni, il mio progetto di ricerca si modifica oggi nella veste grafica, nei contenuti, e nel nome: quello che invece resta è il silenzio, nel quale si svolge sempre il mio lavoro di lettura, e la speranza che, come è stato per il mio primo progetto antologico, in cui la metà degli autori che ho selezionato ha poi pubblicato in Italia con me nella collana che dirigevo o con altri e diversi gruppi editoriali, la speranza, dicevo, che medesima o migliore sorte tocchi anche ai miei giovani cosmetici, oggi. Che il loro lavoro insomma continui, che scrivano ancora, e molto. Vediamo i criteri: i racconti candidati dovevano essere brevi o brevissimi, dalle tre alle otto cartelle, e scritti da giovani autori italiani, diciamo sotto i quarant’anni. Quindi i temi, eccoli qui: identità, prostituzione, omosessualità, immigrazione, bullismo, disperazione, tradimento, follia, depressione, adolescenza, ribellione, infanzia, fatalità, handicap, sopraffazione, alienazione, periferia, morte. Mi sembra evidente che, facendo questo tipo di ricognizione, si rilevino, in filigrana, anche alcuni elementi, per usare una parola che va tanto di moda, sociologici: e cioè i nodi, gli interrogativi, i mondi, intorno a cui si interrogano adesso le generazioni dei nuovi scrittori italiani. I toni: i cosmetici mi sembrano scrivere tra lo spazio utopico e cinematografico del sogno e della sua portata emozionale, e la prosaicità di un reale che disattende continuamente i loro desideri. Leggendoli si evince nitidamente quale sia l’ambito nel quale si muovono: tra sogno e realtà, battono i tasti e scrivono la loro storia. Negli anni ottanta Alberto Arbasino parlava degli scrittori del vogliamo niente. Ora parlerei invece di un conflitto tra il sogno e la realtà, che genera dapprima dolore, e poi, se non cambia, se non si trasforma in altro, provoca isolamento, alienazione, depressione, e, in ultima analisi, disperazione: cioè fine della speranza. Questa è la gioventù cosmetica. Scrive in una lingua minimale, paratattica, sorvegliata, intervallata da dialoghi, con finali che tolgono il fiato. Che altro dire? A volte, nella compilazione di questo volume, è accaduto che lo sconforto mi mettesse in stato di scacco: non trovavo più testi che meritassero di essere inclusi, passava il tempo, pensavo che non avrei mai terminato. Ma poi, nel chiasso confuso di rumori sovrapposti, succedeva che sentissi di nuovo levarsi una voce. La ascoltavo alzarsi sulle altre e imporsi su tutte, come l’assolo di un soprano. Mi ricordava una domanda a cui non sapevo mai cosa rispondere. Come la riconosce, quella voce? Dovrei dire che quando la senti, quella voce, ti fa dimenticare di tutto: e c’è solo lei, e ti racconta.
Buona lettura.
giulia belloni, milano 2008
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