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Il Booker Prize più controverso della storia
di Flavio Santi
"Quei fottuti bastardi di quelle merde della BBC odiano pagare, specie pagare quei coglioni che chiamiamo artisti. Un paio di settimane fa m’hanno chiesto di andare a un cazzo di programma insieme ad altri cazzo di scrittori di merda. Figa, la cosa non era male così ho chiesto quanto sganciavano. Nessun cazzo di onorario, un cazzo di niente m’hanno proposto. Quei bastardi merdosi hanno avuto la faccia di culo di dirmi che dovevo essere onorato di quel cazzo di invito perché ero l’unico scrittore scozzese del cazzo che avevano chiamato." A parlare così non è un personaggio d’invenzione, ma James Kelman in persona. L’occasione l’Edinburgh Fringe Festival del 2001, il motivo un commento a un invito televisivo della BBC. Dunque Kelman parla come i suoi personaggi, è anzi il personaggio, l’archetipo dei suoi libri.
Kelman è ormai considerato un classico, un master of literature, tra i maggiori scrittori britannici viventi, vero e proprio "padrino dei beat scozzesi" come l’ha definito il “New York Times Magazine”.
Nato nel 1946 a Glasgow, dove tuttora vive insegnando nella locale università e scrivendo per la radio e la televisione, ha lasciato la scuola a quindici anni per andare a lavorare, prima come compositore in un’industria tipografica, poi come conducente di autobus a Govan e ancora a Londra al Barbican Centre. In quel periodo di libero tirocinio letterario legge i classici, soprattutto russi, divora Cechov, senza dimenticare da buon scozzese di frequentare i pub e la disperata umanità che vi approda sera dopo sera. La svolta si ha nel 1971 quando segue un corso di creative writing tenuto da Philip Hobsbaum, dove incontra Alasdair Gray e Tom Leonard, futuri scrittori di spicco. Due anni dopo pubblica la prima opera, la raccolta di racconti An old pub near the angel, ma è con il romanzo The busconductor Hines del 1984 che Kelman offre il primo potente saggio della sua narrazione, capace di combinare uno sguardo crudo e disilluso sul proletariato con il ricorso al "glesga", il vernacolo tipico di Glasgow. Qualità confermate nell’altro importante romanzo, A disaffection, del 1989, in lizza per il Booker Prize, vinto poi nel 1994 con Troppo tardi, Sammy. L’ultima fatica, il romanzo You have to be careful in the land of the free, risale al 2004 ed è stato recensito in maniera entusiasta da Irvine Welsh, oggi in assoluto il più noto scrittore scozzese, sul “Guardian”.
Kelman è tra i protagonisti della rinascita scozzese degli anni Ottanta e Novanta, la cosiddetta "Glasgow Novel", insieme a William McIlvanney, Liz Lochhead e i già citati Gray e Leonard. Sul solco di Hugh MacDiarmid, promotore del cosiddetto "rinascimento scozzese" degli anni Trenta, questi autori danno voce all’identità del proprio popolo, che dopo secoli di traversie e incomprensioni si è lentamente conquistato, soprattutto in questi ultimi tempi, i legittimi spazi vitali. Si pensi, per fare un solo esempio, alla nascita del parlamento scozzese nel 1999 che ha rimesso le cose in chiaro sancendo un principio che da secoli gli scozzesi difendono: la Scozia è la Scozia, e non una semplice appendice del Regno Unito. Del resto ci si dimentica troppo facilmente che due pezzi da novanta del romanzo europeo come Walter Scott e Robert Louis Stevenson erano scozzesi. Questa condizione contrastante di subalternità e aspirazione all’indipendenza è sintetizzata con grande efficacia nelle parole di un intellettuale al vetriolo – ovviamente scots – come Cairns Craig: "Se hai successo, non sei più scozzese (non veramente scozzese), ma sei come Muriel Spark (Keir Hardie, Byron, David Hume); se poi sei proprio scozzese il tuo è per forza un successo locale, e – come diceva MacDiarmid di Neil Gunn – ti sei murato nello Scotshire".
Per rendersi conto dell’importanza di Kelman basti pensare che senza di lui molto probabilmente Irvine Welsh non sarebbe quello che è. Welsh deve molto alla lezione di Kelman, come ha più volte ammesso (da ultimo nella recensione ricordata a You have to be careful in the land of the free). Kelman è stato infatti tra i primi a dimostrare che si poteva raccontare la realtà urbana scozzese senza cadere nel bozzettismo, nel patetico o nell’eccentrico, sdoganando la parlata demotica tipica della città. Così Glasgow e gli scozzesi diventano simbolo di una condizione umana universale.
Una delle cifre salienti della narrativa di Kelman è la ribellione, la contestazione, che si configura principalmente a due livelli. Dal punto di visto linguistico la protesta è contro il cosiddetto Standard English, contro la cultura dominante di – per usare le parole dello stesso Kelman – "Londra o Yale o Harvard", per rivendicare il valore della propria cultura, l’autonomia di una voce che è postcoloniale e postimperialista: da qui l’uso dello scozzese, nella fattispecie del "glesga", il dialetto di Glasgow. Si è di fronte a una pagina irsuta, fitta di shite, cunt, bampot, e soprattutto fuck, che oltre alle sette funzioni canoniche (nome, verbo, aggettivo, avverbio, interiezione, modificatore e rafforzativo) fa da vero e proprio sottofondo emotivo alla narrazione. Un autentico "cazziloquio", che ha anche una funzione profondamente sociale: ridare voce a chi voce non ha. Viene meno inoltre la narrazione in terza persona, avvertita come borghese e privilegiata, tipica del romanzo inglese classico, per fare posto a un’alternanza acida e conturbante di dialogati prorompenti e monologhi interiori che si sfilacciano tra scarti e vuoti di senso: il linguaggio così si sfalda come la vita del protagonista. L’ellissi nella punteggiatura, un uso distorto della spaziatura e delle minuscole sono altre caratteristiche essenziali. Con questi espedienti il tempo della narrazione tende ad accavallarsi cripticamente. L’altro livello a cui si manifesta la contestazione è la storia, che coinvolge il tipico personaggio kelmaniano del ribelle contro l’autorità: da Rab Hines, disgustato conducente di autobus in pieno thatcherismo, al giovane insegnante in crisi Patrick Doyle di A disaffection fino a Sammy Samuels di Troppo tardi, Sammy. Kelman sbatte in faccia la realtà come pochi, non ha tesi da difendere, e il tono spesso atono e grigio del racconto non fa che esasperare la ripetitività delle azioni di chi è irrimediabilmente stanco e disilluso. La critica ha tirato in ballo nomi di peso: Zola, Kafka, Doestoevskij.
Con Troppo tardi, Sammy Kelman è stato il primo scozzese a vincere il più prestigioso premio letterario inglese, un appuntamento imprescindibile della stagione culturale, vero e proprio "avvenimento sportivo" come lo ebbe a definire il noto giornalista Robert McCrum: il Booker Prize. La vittoria di Kelman fu accolta da reazioni controverse: uno dei giurati, Rabbi Julia Neuberger, dichiarò che il libro era "una schifezza"; la BBC si rifiutò di trasmettere la lettura delle opere di Kelman e una catena di librerie non acquistò il libro. Non c’è dubbio: Kelman colpì nel segno, dando uno scrollone al tanto odiato establishment. Il Booker Prize, che da sempre ha privilegiato l’otherness, l’aspetto multietnico e multirazziale (l’hanno vinto scrittori come Salman Rushdie, Joseph Coetzee, Arundhati Roy, V. S. Naipaul) e che ha lanciato a livello mondiale i suoi vincitori (Roddy Doyle, Michael Ondaatje, Ian McEwan), quell’anno, forse per la prima e l’ultima volta, conobbe la forza cieca e devastante della vera disperazione sociale, che fa tremare le fondamenta di un’intellighenzia spesso e volentieri borghese e radical-chic. In questo Kelman è molto vicino al nostro Pier Paolo Pasolini quando affermava che lo scrittore deve essere una contestazione vivente. A questa lezione Kelman è stato sempre fedele negli anni, e Troppo tardi, Sammy è l’esempio più compiuto e potente di questa forza protestataria della letteratura, che al giorno d’oggi ha pochi eguali in Europa.
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